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Nel 2013 gli Arctic Monkeys si trasferiscono a Los Angeles per registrare il loro quinto disco, abbandonando l'approccio quasi «live» dei lavori precedenti per un metodo più da studio: batteria e basso incisi per primi, a costruire un groove pesante su cui poi stratificare chitarre, tastiere e cori. Il chitarrista Jamie Cook ha raccontato di aver ascoltato in loop, durante le sessioni, «The Rise and Fall of Ziggy Stardust» di David Bowie, mentre Alex Turner citava fra le sue ispirazioni Outkast, Aaliyah, Black Sabbath e i Groundhogs.
Il titolo è un prestito dichiarato: Turner ha ammesso di averlo «rubato» a «VU», la raccolta del 1985 dei Velvet Underground. La copertina, con la sua forma d'onda stilizzata che richiama la modulazione d'ampiezza (AM, appunto) dei segnali radio, traduce visivamente il titolo in un'immagine sonora. Turner ha descritto il suono complessivo come «un beat alla Dr. Dre con un taglio di capelli alla Ike Turner, lanciato al galoppo nel deserto su una Stratocaster» — la prima, dichiarata incursione della band in un suono venato di hip hop.
Uscito il 9 settembre 2013 per la Domino, «AM» debutta al primo posto della classifica britannica, rendendo gli Arctic Monkeys la prima band di un'etichetta indipendente a portare i primi cinque album in cima alle classifiche. La critica lo accoglie come una svolta matura: NME gli assegna un perfetto 10/10, definendolo «senza ombra di dubbio il disco più grande della loro carriera», mentre anni dopo lo stesso NME lo eleggerà miglior album del decennio 2010.
Il brano che apre il disco mette in scena l'ansia tipica dell'inizio di un innamoramento: il desiderio di sapere se un sentimento è corrisposto si scontra con la paura di scoprire la verità, in un testo che oscilla fra la voglia di lasciarsi andare e il bisogno di restare in controllo. Più che curiosità, la domanda del titolo nasconde una vera paura del rifiuto — la sensazione che mantenere un contegno «cool» stia in realtà fallendo miseramente davanti a un sentimento che si fatica a nascondere.
Il riff di chitarra pesante e ipnotico, il tempo lento e strascicato e i cori in falsetto — quasi un pensiero non detto che aleggia sotto la voce di Alex Turner — segnano il cambio di rotta sonoro dell'intero album: un blues rock cupo e notturno, lontanissimo dall'energia diretta dei primi dischi della band, registrato fra Sage & Sound a Los Angeles e Rancho De La Luna nel deserto di Joshua Tree.
Il testo racconta l'infatuazione ansiosa per una persona sfuggente, difficile da inquadrare o da «possedere» — il punto interrogativo del titolo non è casuale, resta una domanda aperta fino alla fine. Turner infila nel testo alcuni riferimenti alla cultura pop più o meno nascosti, in uno stile ellittico che diventerà una cifra ricorrente di tutto il disco.
Pubblicato inizialmente come singolo a sé nel 2012, in occasione del Record Store Day, il brano anticipa già il suono pesante e la scansione ritmica quasi hip hop che caratterizzerà «AM»: la chitarra distorta e il basso in evidenza lo rendono uno dei pezzi più diretti e rock dell'intero disco.
Il testo racconta la routine di chi esce e beve così spesso da ritrovarsi, quasi per inerzia, a tornare da una persona con cui ha già avuto una storia — un modo per distrarsi da sentimenti che non si vogliono affrontare fino in fondo, rifugiandosi in un'ultima uscita, un ultimo bicchiere prima di richiudere la serata.
Alla produzione di James Ford si affianca qui anche Ross Orton, con tastiere e un arrangiamento più denso: il risultato è un pezzo elegante e leggermente malinconico, sorretto da un ritornello orecchiabile che smorza la cupezza del testo con una melodia quasi da pop notturno.
Il testo è un'ode sognante, quasi fantascientifica, a un'amante immaginaria — Arabella — descritta con immagini iperboliche e da space age: labbra «color Marte», un intero pianeta racchiuso nella sua bocca. È un ritratto costruito più sull'immaginazione e sul mito che sulla cronaca, un capriccio erotico-fantastico dentro un disco altrimenti più cupo e realistico.
Il riff di chitarra distorto richiama così da vicino «War Pigs» dei Black Sabbath che la band stessa, dal vivo, ha iniziato a inserire per gioco il riff originale di Tony Iommi prima dell'assolo — un omaggio dichiarato all'hard rock anni '70 che si fonde con la scansione ritmica hip hop tipica di tutto «AM».
Il testo esprime un desiderio bruciante e insaziabile — non un singolo elemento della relazione ma tutto insieme, senza compromessi — in un linguaggio diretto che contrasta con l'atmosfera più notturna e velata di altri brani del disco.
Il pezzo si muove su un groove insistito di basso e batteria, uno degli arrangiamenti più scarni e diretti dell'album, con la chitarra che entra a intermittenza per sottolineare gli accenti del ritornello.
Nonostante il titolo ironico, non è affatto un inno da festa: il testo racconta la solitudine di chi si trova in mezzo a una folla che si diverte senza riuscire a sentirsi parte di quella gioia, alla ricerca di una connessione vera — o forse solo fisica — dietro la facciata del divertimento generale.
Il brano è una ballata pianistica lenta e sognante, agli antipodi di un vero inno da festa: il piano in primo piano e l'arrangiamento disteso lo rendono uno dei momenti più intimi e meno «rock» dell'intero disco, quasi un momento di quiete dentro l'atmosfera da locale notturno di «AM».
Turner l'ha descritta come «una canzone sulle canzoni»: un testo che parla del potere delle canzoni stesse di risvegliare qualcosa dentro chi ascolta, di dare energia o consolazione nei momenti giusti — un'idea che richiama esplicitamente la lezione di Lou Reed e del suo «Walk on the Wild Side».
Il brano nasce da un titolo e da un verso — «mad sounds, in your ear» — scritti originariamente dal produttore di Sheffield Alan Smyth negli anni '80, che Turner aveva ascoltato da ragazzo e riproposto anni dopo: il risultato è un pezzo dal sapore vellutato alla Velvet Underground, con cori delicati che avvicinano il disco al «Transformer» di Lou Reed più che al rock diretto dei primi Arctic Monkeys Alla batteria si affianca qui anche la percussione ospite di Pete Thomas, storico turnista di Elvis Costello.
Il testo è un viaggio nella mente di chi non riesce a lasciarsi alle spalle un amore finito, intrappolato fra ricordi ed emozioni irrisolte: il fuoco del titolo diventa immagine sia del calore di un affetto passato sia della miccia accesa di un conflitto interiore mai davvero spento.
Alla batteria di Matt Helders si affianca qui la chitarra aggiuntiva ospite di Bill Ryder-Jones (ex Coral), in un arrangiamento più ritmico e sincopato che accompagna il testo verso un climax quasi frenetico, in netto contrasto con la calma iniziale del brano.
Il testo è un ritratto sferzante e insieme divertito del «booty call»: la frustrazione di chi riceve attenzioni da qualcuno solo quando è sotto l'effetto di sostanze, mai in condizioni di lucidità — un rapporto ridotto a un bisogno fisico ricorrente più che a una connessione reale.
Il pezzo più corto e diretto del disco si muove su un giro di chitarra quasi reggae-dub, insolito per la band, che gli è valso un ottavo posto nella classifica singoli britannica — il primo ingresso nella top ten dai tempi di «Fluorescent Adolescent» (2007).
Il testo racconta l'esasperazione di chi assiste, impotente, a una persona amata che si sta autodistruggendo per amore — accecata da un sentimento che la porta dritta verso guai prevedibili — e le intima, appunto, di «svegliarsi» prima che sia troppo tardi. È anche una riflessione più amara sulle occasioni mancate, sui rimpianti di un rapporto che poteva andare diversamente.
Il ritornello orecchiabile e la melodia solare — quasi in contrasto con l'atmosfera notturna del resto del disco — ne fanno uno dei momenti più immediatamente pop di «AM», con la voce di Turner più melodica del solito sopra un arrangiamento leggero di chitarre e tastiere.
Il testo intreccia immagini fisiche molto concrete — un bacio, calzini al ginocchio, un colore ben preciso di una maglia — per raccontare una relazione dal sapore agrodolce, in bilico fra ricordo, desiderio e la consapevolezza che l'attrazione fisica, da sola, non basta a costruire qualcosa che duri.
Il brano ospita in coro Josh Homme dei Queens of the Stone Age, un favore restituito dopo che Turner aveva partecipato all'album dei QOTSA «...Like Clockwork» pochi mesi prima: il risultato è un arrangiamento lungo e ipnotico, fra i più desertici e psichedelici del disco, coerente con l'influenza diretta del rock del deserto californiano.
Il testo — adattato quasi integralmente da una poesia del 1982 del poeta punk di Manchester John Cooper Clarke, di cui Turner è da sempre grande ammiratore — usa metafore di oggetti domestici quotidiani, dall'aspirapolvere al frigorifero, per descrivere un amore che si offre come pura utilità, riducendo sé stessi a strumento del benessere altrui pur di restare vicini alla persona amata.
Il disco si chiude su un arrangiamento disteso e quasi dream-pop, agli antipodi della cupezza chitarristica dell'apertura: synth e chitarre eteree accompagnano la voce di Turner in un finale che ha reso il brano, negli anni successivi, uno dei più amati e più ripresi live dell'intero repertorio della band.
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